Dr Massimo Giusti

Trauma psicologico: sintomi e cura

Trauma psicologico: sintomi e cura

Trauma psicologico: sintomi e cura

Trauma psicologico: sintomi e cura, trovi il video di approfondimento in fondo all’articolo

Esistono esperienze che fermano la vita ad un momento, un periodo o una situazione. Queste esperienze possono avere conseguenze nefaste nella vita di una persona condizionandola tantissimo. Per molti anni noi psicologi abbiamo usato strumenti e metodi sbagliati, in alcuni casi questi metodi peggioravano la situazione rendendo il trauma ancora più grave e trasformando i sintomi in vere gabbie da cui era ancor più difficile uscire.

Oggi, che di neuroscienze ne sappiamo molto di più, abbiamo la possibilità di intervenire in modo più preciso e appropriato, risparmiando moltissima sofferenza ai pazienti.

Quando parliamo di trauma psicologico dobbiamo capire che esistono i “piccoli traumi” e i “grandi traumi”.

I piccoli traumi sono quelle esperienze che se fossero capitate una sola volta o poche volte non avrebbero lasciato grandi segni, anzi in alcuni casi avrebbero persino aiutato a crescere. Pensa a una singola esperienza di umiliazione sul lavoro; in casa da parte di un fratello maggiore o un genitore. Esperienze che possono spingere la persona a fare meglio e crescere ma che se vengono ripetute costantemente per periodi di tempo lunghi demoliscono l’autostima contribuendo alla costruzione di un “io” fragile, un’immagine del “sé” deficitaria o inferiore. Nei peggiori casi, come descrivo inquesto articolo, persino adottando la mentalità della vittima, un vero regalo oscuro che viene fatto a chi sperimenta queste esperienze.

I grandi traumi sono esperienze singole e impattanti, dove è a rischio la vita o si teme che lo sia, dove veniamo violati nella nostra integrità. Come per esempio l’abuso sessuale, il maltrattamento, le sevizie, un incidente stradale, un incidente nautico, un cataclisma naturale. Queste esperienze possono lasciare precisi segni nell’anima di una persona condizionandone, nel tempo, la formazione della personalità. Molte persone che hanno subito queste esperienze infatti ricevono diagnosi di disturbo depressivo, bipolare o di personalità borderline. Ovviamente sto parlando di situazione estreme, dove il trauma non è stato curato per decenni, lasciato lì a lavorare sotterraneo.

I sintomi più comuni delle esperienze traumatiche sono i pensieri ripetitivi che riportano all’evento traumatico, spesso frasi o immagini che la mente vede o ripete senza chiedere il permesso. Mentre sei distratto, stai lavorando, sei fuori con gli amici, un piccolo stimolo anche insignificante ti riporta all’episodio traumatico. A volte la vittima se ne rende conto e altre volte avverte soltanto una forte sensazione di disagio che vuole evitare.

Col ripetersi delle situazioni fastidiose in vari ambienti e contesti il rischio è di isolarsi sempre di più, evitando sempre più luoghi o persone. A volte la persona diventa particolarmente irascibile e tende a rispondere male con reazioni improvvise e fuori controllo, in altri casi si accompagna uno stato di ansia e agitazione costante.

Molte persone che hanno subito queste esperienze tentano varie soluzioni, dall’abuso di farmaci all’uso di droghe come l’alcol che permettono di distrarsi, non pensare, abbattere almeno temporaneamente i livelli di ansia.

Col tempo la persona perde la speranza di potercela fare a superare l’esperienza, la sua autostima inizia a crollare e comincia a costruire un’immagine di sé deficitaria, insufficiente, impotente o destinata a soffrire. Queste sono le motivazioni per cui queste persone spesso non chiedono aiuto.

La Psicologia ha commesso notevoli errori utilizzando forme di terapia inappropriate dove ricordare il trauma e parlarne era importante, grazie alle neuroscienze abbiamo capito che il problema non è ricordare l’evento traumatico ma NON DIMENTICARLO.

Se ricordiamo troppo spesso l’evento o gli eventi traumatici, se ne parliamo spesso o ripetutamente le reti neurali che ricordano il trauma vengono sempre riattivate e questo fa si che la memoria finisce per rinnovare il ricordo facendo si che appaia sempre presente, come se fosse accaduto da pochissimo. Questo determina una situazione decisamente scomoda perché impedisce la storicizzazione dell’evento e la possibilità di distrarsi. Mi spiego meglio.

Un evento traumatico deve essere ricordato come qualcosa di passato, durante l’esposizione all’evento traumatico avviene che i neurocircuiti deputati alla memorizzazione falliscono nel loro compito a causa di neurotrasmettitori che ne alterano il funzionamento. E’ come se un puzzle cadesse per terra e alcuni pezzi rimanessero sul pavimento, nascosti sotto un divano o un mobile, pronti a venir fuori nel momento più inopportuno. Solitamente quando uno stimolo, apparentemente insignificante, riattiva il pezzo mancante. Per cui questo processo viene subito dalla persona che ha vissuto l’esperienza traumatica e ne diventa in qualche modo vittima. E’ un processo incontrollabile, si tratta di un meccanismo spontaneo della nostra mente che tenta in qualche misura di rimettere a posto i pezzi ma non ci riesce perché cadiamo sempre nello stesso errore. Se abbiamo un sintomo sgradevole o lo evitiamo, o lo anestetizziamo con droghe o farmaci o alcol, o ne parliamo spessissimo perché dopo per qualche ora o giorno stiamo meglio.

Soprattutto nel riparlarne spesso ho notato che alcune persone si accontentano di quella sensazione di leggerezza successiva che invece è un palliativo di poco valore.

Chi vive con un trauma è come se parte del suo SE’ rimanesse ancorato a quell’esperienza, a quel momento della vita. Certe sensazioni e atteggiamenti sono rievocati più facilmente perché una consistente parte del SE’ è rimasta lì, nel tempo del trauma. Si tratta di esperienze tremende a cui le persone finiscono per abituarsi.

Queste strategie disfunzionali, cioè che non risolvono il problema ma leniscono temporaneamente la ferita. E’ per questo che restiamo bloccati lì, senza fare un reale passo in avanti. Il prezzo da pagare per quel sollievo è molto alto, perché consiste nel restare bloccati nel trauma ancora a lungo.

Le terapie moderne si basano sull’attivazione di meccanismi automatici di auto guarigione. Usano stimolazioni bilaterali, movimenti oculari e movimenti spaziali. La tecnica più famosa è l’EMDR ma esiste anche l’EMI, che è molto utile ed a mio avviso anche più efficace. Poi esiste il New Code, che nel modello base del Format del Cambiamento New Code si rivela imbattibile. Esistono decine di metodi di desensibilizzazione e soprattutto abbiamo capito che rielaborare il trauma eccessivamente conduce a nuove forme di traumatizzazione.

Usando questi metodi più moderni solitamente nelle prime sedute succede di sperimentare sensazioni nuove legate all’esperienza traumatica. Io cerco sempre di produrre un cambiamento lento, perché questi strumenti sono spesso rapidi e l’eccessiva rapidità non permette alla persona di credere nella stabilità del cambiamento. Dopo anni di sintomi una persona rischia di percepirsi strana quando sta bene per cui è necessario dare alla mente il tempo di abituarsi ai cambiamenti e di imparare a riconoscerli mentre si verificano. Nei casi di traumi semplici dopo le prime 4 o 5 sedute è possibile lavorare nuovamente sulla ricostruzione dell’autostima, progettare la propria vita, imparare nuovi modi di relazionarsi e di essere se stessi!

Il trauma diventa un’esperienza mal ricordata, le cui conseguenze emotive sono poco o per niente avvertite. L’interesse per il presente e il futuro si rinnova, le sensazioni spiacevoli scompaiono, in altre parole la vita riparte. Ad oggi non esiste alcun motivo per cui una persona dovrebbe rassegnarsi a convivere con il dolore di un trauma psicologico.

Buona Vita

Massimo Giusti

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