Dr Massimo Giusti

Sei più forte di quanto credi!

Sei più forte di quanto credi!

Sei più forte di quanto credi!

In questo articolo, come promesso, ti darò una spinta motivazionale che ti farà riflettere e poi capire che hai più risorse di quelle che credi, che puoi fare e dare molto di più anche nei momenti difficili. E’ successo durante una mia normale giornata di lavoro come psicologo a Firenze.

Sono necessarie soltanto alcune premesse, devi essere disposto a farti influenzare da una storia. Una storia vera, ovviamente. Quella di una persona che non ha niente di speciale, che non ha nulla in più di te e che non ha dimostrato di essere superiore a nessuno. Un uomo che semplicemente ha affrontato le situazioni agendo, senza troppi pensieri.

Dopo aver letto questa storia sarai stupito, forse scioccato. Io nel mio studio di psicologo a firenze lo sono stato. Dovrai evitare di pensare o dire cose del tipo “ma lui è forte” oppure “è stato fortunato”. Dovrai stare in silenzio mentale per almeno due o tre minuti, altrimenti quei pensieri che ti impediscono di usare l’esempio altrui come fonte di ispirazione o come spinta motivazionale ti impediranno di accettare l’incredibile contenuto che sto per descriverti.

Ciò che imparerai da questa storia è che anche nelle situazioni più dure puoi farcela, che anche se nessuno ti da una mano puoi avere sogni e ambizioni e, soprattutto, lottare per raggiungerli. Imparerai che anche se le cose che hai costruito con le tue forze sono perdute potrai continuare a vivere, sognare e costruire il tuo futuro. Imparerai che anche se non hai tutte le conoscenze, l’esperienza o le capacità per farcela, puoi farcela!

Ecco la storia

Stavo riguardando i miei appunti di alcuni anni fa e ho ritrovato le trascrizioni della prima seduta con un uomo. Ricordando la seduta mi sono venuti i brividi come allora e ho ricordato le sedute successive, il percorso che abbiamo fatto e la chiusura della sua terapia una volta lasciati alle spalle gli attacchi di panico e l’ansia.

Ti riporto qui il riassunto di quella seduta avvenuta nel mio studio di psicologo a Firenze. 

“Entra in studio un uomo di piccola statura, molto magro ma non gracile. Quando si toglie il cappotto mi rendo conto che in qualche modo, da quel corpo smilzo, devono essergli spuntati fuori dei muscoli elastici e resistenti. Ha una maglia molto attillata e sottile, si vedono perfettamente le forme dei bicipiti, delle spalle e dei minuti pettorali che spuntano fuori come piccole tegole di cemento.

Mi dice di avere l’ansia e che negli ultimi mesi gli sono capitati alcuni attacchi di panico, vuole liberarsene perché “mi impediscono di stare tranquillo mentre faccio le cose”. Gli chiedo come affronta la situazione e mi risponde “male, ma vado avanti lo stesso”. L’ansia e il panico si presentano quando è solo e non sa cosa fare, situazione che gli capita di rado perché lavora quasi sempre.

La mattina si alza alle sei e venti, alle sette è a lavoro, fa il magazziniere. Un tempo si occupava di carichi pesanti, da un paio d’anni ha trovato in una cooperativa dove si occupa di capi d’abbigliamento, è molto più leggero. Il lavoro non gli piace, vorrebbe fare il fabbro, gli è sempre piaciuto lavorare il ferro, dice che “fin da piccolo guardavo le ringhiere, i cancelli o anche i complementi d’arredo in ferro battuto. Le testate dei letti. Tutto il ferro mi piace”.

Ha uno sguardo triste e deciso.

Mi dice che suo padre ha avuto un ictus e sua madre è seguita dai servizi sociali. Il padre, a quanto pare, è completamente invalido, “non ragiona più, non capisce niente, forse non mi riconosce”. La madre invece ha una malattia diversa, beve. Ricorda che la prima volta che l’ha vista giocare si era scordata di andarlo a prendere a scuola. Ci era andato il padre e durante il viaggio si erano fermati al bar l’avevano trovata sbronza al bancone, “ero già abbastanza grande per capire”.

Gli chiedo che rapporto avesse avuto col padre, immaginando che sia stato bello. Mi risponde in modo deciso: “una personaccia”, si legge in volto l’espressione del disgusto. “non era spesso violento, . Sempre negativo, a lui non importava niente di nessuno”.

Mi spiega che vivevano in un piccolo appartamento, alla morte dei nonni eriditarono due case, le vendettero e comprarono un rudere in paese. “l’ho ristrutturato io e mio fratello, anche mio padre, ma lui lavorava poco. Diceva che aveva messo i soldi e dovevamo ripagarlo in qualche modo”. Abbassa lo sguardo, mi spiega che il padre e la madre avevano fatto un sacco di debiti e che probabilmente avrebbero perso la casa. Gli chiedo se ne è sicuro :”purtroppo si, da quando si è ammalato papà ci manca un entrata e non possiamo pagare i debiti, le banche ci stanno addosso. Il prossimo anno vendiamo e forse ci resta qualcosa per sistemare i genitori”.Aggiunge che “mia madre lavora poco, oramai quasi non parla, pensa solo a bere. Devo gestire io i suoi soldi, in tasca ho il suo bancomat, la situazione è questa da anni”.

Mi parla della sua compagna. Mi dice che spesso ha fatto il farfallone ma che stavolta ha fatto le cose serie perché questa gli piace. “voglio togliermi l’ansia di dosso, voglio coltivare i miei sogni, non è mai troppo tardi per farlo” dice sorridendo. E’ contento. “lavorerò, mi farò il culo ma alla fine è quello che fanno tutti, non mi piace ma mi sta bene”.

(Andrea, 19 anni).

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