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Il femminicidio e la violenza intrafamiliare

Il femminicidio e la violenza intrafamiliare

Il femminicidio e la violenza intrafamiliare

Stiamo assistendo nel 2012 ad un anno assai particolare per quanto riguarda gli omicidi di donne. Oltre 100 omicidi commessi da mariti, fidanzati, partner che non accettano di essere lasciati o traditi. A questi vanno aggiunti i molti tentativi di omicidio, le percosse e le violenze perpetrate da chi non si spinge tanto oltre da uccidere.

La maggior parte delle riflessioni su questo argomento riguarda la ferocia cui certi uomini possono arrivare nei confronti delle donne. Vengono menzionati aspetti culturali di ordine sociale e/o educativo, si fa riferimento a soggetti con caratteristiche narcisistiche importanti, tali da scompensarsi nel caso della rottura della relazione. Comunque la quasi totalità delle argomentazioni in questo ambito si riferiscono all’uomo. Mai, o quasi masi, viene menzionato il ruolo della donna.

Probabilmente per timore, poiché il rischio è di essere additati come maschilisti, oppure come se parlando del ruolo della donna nell’ambito delle violenze dalle donne subite, si insinuasse quasi che se lo meritino, che se la siano andata a cercare, rispolverando vecchi quanto odiosi e sciovinisti stereotipi culturali.

Sembra che gli “esperti”, reali e presunti, non si rendano conto che così facendo sposano posizioni ideologiche che, come tali, alimentano il fenomeno. Rafforzando l’idea di una donna indifesa, che subisce passivamente ciò che gli accade senza avere alcuna possibilità di scelta.

Errore analogo avvenne sul tema dell’infibulazione, oramai una decina di anni orsono, dove molte associazioni femministi o comunque “dalla parte delle donne” si opposero alla così detta, erroneamente, infibulazione soft. Cioè il prelievo di una goccia di sangue ad opera di un medico anziché la parziale o totale abreazione degli organi sessuali femminili esterni. Allora veniva portata avanti l’idea per cui era il “concetto” a dover essere combattuto, più che il gesto. Tale presa di posizione sbagliata, nella pratica ed indipendentemente da come la si pensi, ha permesso a tali metodi tribali di proseguire. Si ricorda su questo argomento il caso del medico fiorentino di origini africane e delle proteste promosse dalle associazioni del territorio.

Il ruolo della donna deve necessariamente essere concepito come attivo, almeno fin quando le coppie saranno costituite da 2 persone. Per cui è necessario che si porti in maggiore risalto il fatto inevitabile per cui molte coppie sono strutturate sulla base di rapporti asimmetrici e basati sulla violenza. Dove, passo dopo passo, nella coppia, l’uomo aggiunge dosi di aggressività (fisica e/o psicologica) crescente che vengono accettate dalla partner anziché condurre alla rottura relazionale. Una grande quantità di queste situazioni vede rapporti di una certa durata (anni) e non situazioni occasionali.

(La stessa legge sullo stalking nasce in Italia nell’intento di porre un freno al fenomeno del femminicidio, poiché il 70% dei casi di stalking riguarda ex partner, e spesso il femminicidio è preceduto da fenomeni riconducibili allo stalking.)

Molte donne che si trovano ad avere a che fare con questo genere di situazioni hanno accettato dosi crescenti di violenza, come minacce o insulti, finanche percosse, arrivando alla giustificazione del partner. In terapia non è infrequente sentir dire che “lo faceva per amore” o “ero convinta che fosse un modo di amare”. Non è affatto infrequente sentir dire alla vittima (in questi casi, nel 99% donna) che prova nostalgia per il partner, che gli manca o che con lui stava bene.

Troppo banale ricondurre al plagio questo atteggiamento della partner, e troppo pericoloso sotto stimare il ruolo che un simile atteggiamento passivo e/o dipendente possa avere nella coppia. Ciò non riduce ne sminuisce il ruolo dell’aggressore, ma esige un modo di affrontare il problema completamente differente dalle banali dichiarazioni che spesso sentiamo in radio e/o televisione.

Il femminicidio è un fenomeno da inserire in un contesto sociale completamente differente da quello descritto fino ad oggi, dove la donna è agente passivo e impotente. E’ necessario porsi il problema di come mai ancora molte donne (molte ma NON tutte) siano “compiacenti” verso tipologie di relazione così strutturate. Ma ancora più stringente è il “come sia possibile intervenire”, aspetto assai più importante.

Al di là della psicoterapia, che in questi casi è un intervento o di prevenzione “del peggio”, o di supporto e “riparazione” quando il peggio è oramai accaduto, sono probabilmente necessari interventi educativi, anche istituzionalizzati, che permettano di trattare argomenti inerenti il sesso e la relazione, in altre parole l’amore come lo intendiamo in occidente, al fine di mostrare almeno alcune strade per un rapporto felice o che pretenda di esserlo, indipendentemente dal riuscirci.

Anche qui, purtroppo, troviamo in Italia notevoli resistenze, dove tabù religiosi la fanno da padrona impedendo un reale confronto nelle aule scolastiche non soltanto dell’oramai assente “educazione civica”, ma anche della sempre assente “educazione affettiva”, che necessariamente comprende gli aspetti sessuali. Così facendo la conseguenza è di lasciare i giovani (intendendo i minorenni) all’apprendimento autodidattico, su argomenti nei quali neppure gli esperti spesso hanno una adeguata preparazione.

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