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curare l’ansia: una prospettiva integrata

curare l’ansia: una prospettiva integrata

curare l’ansia: una prospettiva integrata

Come curare l’ansia, il panico e le fobie sono tra i disturbi clinici più diffusi. La Psicoterapia Integrata offre un punto di vista alternativo a quanto gia offerto dalle altre scuole

Breve descrizione dei disturbi d’ansia

I disturbi d’ansia si manifestano tramite reazioni di allarme e/o paure esagerate rispetto allo stimolo presente. Col tempo si strutturano in comportamenti che si trasformano in abitudini per il soggetto che ne soffre. Molte di queste nuove abitudini sono di fatti delle condotte di evitamento, cioè comportamenti che subentrano nello stile di vita della persona al fine di evitare quegli stimoli che causano disagio e sofferenza o il ricordo del disagio e della sofferenza.

Alcuni esempi

Nel caso della fobia dei cani la persona comincia a mostrare paurare dei cani anche in assenza di reale pericolo. Poi inizia ad evitare quelle strade e luoghi dove possono esserci dei cani. Questo cambiamento avviene spesso in maniera graduale, inavvertita come particolarmente problematica dalla persona. Per esempio può aver cambiato percorso per andare a scuola o lavoro, aver cambiato fruttivendolo e deciso di portare i propri figli a giocare in un’altro parco con altri amici.Si arriva a chiedere aiuto quando il confronto con amici, parenti, il nuovo ambiente sociale o qualche situazione ha messo in crisi l’adattamento della persona, rendendo evidente il problema e facendo nascere in essa il bisogno di affrontarlo.

Nel caso degli attacchi di panico la persona può sviluppare il timore di provare nuovamente quella sensazione, cominciando ad evitare di uscire da solo per il timore di non poter essere soccorsa. Col tempo alcuni soggetti arrivano persino a non uscire più di casa, passando la giornata su internet o evitando di uscire di casa se non accompagnati. Si arriva a chiedere aiuto perchè non si comprende cosa stia succedendo, ci si sente poco normali, si ha paura di impazzire oppure l’ambiente sociale nel quale si vive comincia a fare pressioni per la soluzione del problema

Nella fobia sociale la persona evita situazioni dove deve esporsi o potrebbe capitare di farlo, arrivando a sperimentare un senso di solitudine molto forte che può produrre una forma di depressione secondaria. Molte persone che soffrono di fobia sociale chiedono aiuto allo psicologo perchè si sentono depresse. Riferiscono di sentirsi depresse perchè si sentono sole, non provano piacere nel contatto con gli altri e preferiscono stare chiuse in casa.

Un caso particolare di disturbo d’ansia è l’emetofobia, chi ne soffre tende a non andare a mangiare fuori casa perchè non vuol mangiare in pubblico. Tende a limitarsi nell’alimentazione perchè ha paura di vomitare. Per questi motivi possono insorgere problematiche simili a disturbi di panico, anoressia nervosa o fobia sociale. Queste persone possono chiedere aiuto per uno di questi motivi oppure il professionista potrebbe confondere il loro problema con una di queste altre problematiche. In proposito si legga questo bell’articolo di Emanuel Mian: http://www.medicitalia.it/minforma/Psicologia/700/Emetofobia-la-paura-del-vomito

Il modello integrato

Nel caso dei disturbi d’ansia esistono molte teorie sulla loro natura, sul loro modo di svilupparsi nel tempo e di mantenersi una volta entrati nella vita del soggetto. In psicoterapia integrata si da molta importanza all’insieme dei modelli esplicativi e di intervento esistenti al fine di strutturare un’approccio il più flessibile possibile.

Le teorie comportamentali hanno messo in evidenza il ruolo svolto dall’apprendimento per quanto riguarda certi disturbi. Hanno dimostrato ampiamente come le fobie si possano apprendere e mantenere, di come sia possibile estinguere un’attacco di panico e ridurre fino all’eliminazione quelle condotte di evitamento che caratterizzano molti disturbi d’ansia.

I modelli sistemici hanno evidenziato il ruolo della famiglia nel manifestarsi dei disturbi e nel loro mantenimento. Insieme ai modelli cognitivi sono stati messi in evidenza molti circoli viziosi tramite i quali questi disturbi si manifestano e poi si mantengono nel tempo.

Nei modelli integrati di psicoterapia stanno trovando sempre più spazio concetti quali regolazione affettiva e le teorie dell’attaccamento. Si ritiene, cioè, che il comportamento umano non sia dovuto al caso e benché possibile di infinite combinazioni vi siano dei modi, delle strade preferenziali, con le quali le persone tendono a mettersi in relazioni con se stessi, gli altri ed il mondo. Queste strade preferenziali predispongono ad un ventaglio di possibili problematiche che si possono sviluppare in condizioni ambientali (ambiente sociale e fisico) che lo stimolano

Chi soffre di disturbi genralmente usano tre modi per descrivere il loro problema. Quelli che prima stavano bene ed ora è tutto difficile. Quelli che sono sempre stati ansiosi. Quelli che non se l’aspettavano proprio, una cosa che arriva all’imporvviso senza che se l’aspettano ma nonostante ciò non li ferma.

Questi tre modi di descriversi svelano tre strade differenti di vivere se stessi e di approcciarsi alle cose. Chi fa la distinzione tra il prima ed il dopo pone la sua attenzione sulla sua immagine crollata. Inaspettatamente, senza apparenti preavvisi, il disturbo d’ansia si presenta come un problema che mette in discussione le certezze e le sicurezze di prima. Se tutto era facile adesso non lo è più. A volte assume un certo ruolo la vergogna di confessare ad amici e conoscenti che si sta male e non si è più capaci di fare certe cose

Chi si descrive come sempre ansioso mette in evidenza la sua insicurezza percepita, il fatto che si è abituato a questo stato di cose adattandocisi e che adesso la situazione gli è sfuggita di mano. Quasi come se fosse normale essere ansioso. In alcuni casi è molto triste notare che la persona si sente in una certa misura “disabile”, comunque con una mancanza, un deficit.

Chi si descrive come persona sicura di se che inaspettatamente si è sentita male tende ad avere un’atteggiamento attivo nella vita, ad affrontare le cose facendole. Il disturbo d’ansia ha messo in crisi questo modo di sentirsi e di affrontare le cose.

Le persone che soffrono di disturbi d’ansia tendono ad avere un senso di sé piuttosto instabile e insicuro. A questo atteggiamento possono compensare con un comportamento di accettazione, cioè rendendosi conto di essere insicuri e quindi adattandosi in vari modi a questa consapevolezza. Altri possono avere un’atteggiamento fin troppo sicuro di sé, persino vincente, e la crisi d’ansia (in qualunque forma) può essere una crepa insanabile nella propria autostima e nel proprio senso di sé. Altri ancora si ritrovano a confrontarsi saltuariamente ocn questa cosa, continuando ad affrontarla di petto (in realtà trascurandola) fino a che non sfugge di mano

Una volta sviluppato il problema pongono una eccessiva attenzione alle proprie sensazioni arrivando a dargli dei valori anche svincolati dal contesto (gli emetofobici possono considerare ansia lo stimolo della fame, fino ad avere un’attacco di panico; i fobici sociali possono dare talmente peso ad uno stimolo insignificante da provare una vergogna bloccante e pervasiva; chi soffre di panico può confondere il normale battito cardiaco o una sensazione di dolore al petto per un’attacco cardiaco o un’imminente attacco di panico, fino ad avere l’attacco).

Il trattamento per curare l’ansia

In psicoterapia integrata il trattamento i svolge su due livelli. Il primo è quello di consapevolizzare la persona delle proprie sensazioni fisiche, dandogli una più adeguata identificazione e dunque (qui c’è il secondo livello) condurre ad una interpretazione del vissuto in termini differenti, più adeguati. La dinamica emozione-cognizione e il suo andamento ricorsivo è tenuta in gran conto in questo modello clinico ed il terapeuta integrato starà spesso attento alle sensazioni corporee (le emozioni sono sensazioni corporee a cui noi diamo un nome) ed il modo di leggerle e interpretarle da parte del paziente

Le emozioni tendono a compensarsi. Non capita solo per le emozioni spiacevoli, ci sono persone che dopo aver raggiunto un’importante traguardo pensano agli errori commessi, senza concedersi la soddisfazione del raggiungimento.

Alcune persone si sentono insicure e questo le porta a cambiare abitudini alla ricerca di di maggiore sicurezza. Altre per fronteggiare il timore di una possibile ricaduta tendono a pensarsi ancora malati o in pericolo. Non basta ovviamente dare un nome alle cose per farle passare, è necessario farne esperienza. Per comprendere meglio cosa intendo per “esperienza” consiglio la lettura di questo articolo della collega Bongiorno sulla terapia della Gestalt, cui la Psicoterapia Integrata deve molto.

Per esempio la persona che soffre di panico può rendersi conto che tende ad interpretare il battito cardiaco come infarto in certi momenti. Per esempio quando ha bisogno di spazio, quando si sente soffocare da certe situazioni. Quindi in certi periodi si sente maggiormente in difficoltà e questo lo predispone a situazioni di panico. Il sintomo perde il suo valore patogeno e si trasforma in una sensazione differente, vivibile. E’ questo che si intende quando si dice “farsi amico il sintomo”, non che si deve stare con l’ansia!

L’emetofobico può rendersi conto che ha semplicemente fame e che fraintende questo stimolo con paura quando, per esempio, sta commettendo qualcosa per cui si sente in colpa.

Il fobico sociale potrà rendersi conto che non sono gli altri a ridere di lei, ma è lei a sentirsi inadeguata di fronte agli altri, riducendo in parte il senso di vergogna.

Durata del trattamento

Benché la Psicoterapia Integrata non nasca come approccio clinico breve è vero che per mantenere la flessibilità a cui ambisce deve adeguarsi alle esigenze del paziente. Non tutte le persone vanno in terapia per starci un paio d’anni, sarebbe controproducente fornire esclusivamente trattamenti di durata standard (breve o lunga) a soggetti differenti, che nonostante le etichette diagnostiche portano con se una spiaccata individualità difficilmente descrivibile in poche righe.

Specialmente in quei casi dove il disturbo è stato di ostacolo a molte delle cose che il paziente voleva fare una volta che il disturbo non c’è più preferisce cessare la terapia. Nonostante ciò è sempre raccomandabile acquisire una qualche forma di controllo cosciente sui propri stai interni. Rendersi consapevoli di quelle forme di regolazione emotiva che possono produrre dei disturbi. Sviluppare, in altre parole, una specie di “terapeuta interno”. Questo non richiede sempre dei lunghi periodi né una frequenza assidua.

Generalmente, superato il problema e raggiunto un livello di consapevolezza sufficiente è possibile diradare le sedute o interrompere la terapia.

Non è necessario essere consapevoli di tutto, sarebbe un’obiettivo impossibile. E’ però importante rendersi capaci di affrontare autonomamete i propri problemi. Per questo in Psicoterapia Integrata non si considera concluso un percorso quando il sintomo è sparito ma quando la persona ha preso un certo livello di consapevolezza su di sé ed i propri stati emotivi.

Riferimenti

  • Vittorio Guidano, Il sé nel suo divenire, verso una terapia cognitiva post razionalista, Bollati Boringhieri, 1992

  • Greenberg L, Paivio SC. Lavorare con le emozioni in psicoterapia integrata, sovera edizioni, 2000

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