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I meccanismi psicologici dell’ansia

I meccanismi psicologici dell’ansia

I meccanismi psicologici dell’ansia

L’ansia di per sé stessa non è male né bene. Si tratta di una reazione naturale dell’organismo allo stress, ad eventi di vita che comportano maggiori responsabilità, incertezze inaspettate, situazioni critiche improvvise. Ma anche eventi piacevoli come il matrimonio, la separazione, persino il trasloco è da considerarsi uno degli eventi più stressanti.

Nonostante ciò, sovente, finiamo per crearci dei castelli in aria. Dobbiamo pensare che se abbiamo un problema questo deriva da qualcosa di grave, persino traumatico. Se questi eventi mancano allora ci costruiamo un immagine assolutamente rosea della vita, spezzata ed intorpidita da quella prima volta che si è presentata l’ansia a bussare alle porte del nostro mondo emotivo.

Il primo meccanismo dannoso è proprio questo: ansia senza cause (il più frequente) o ansia di origine traumatica, spesso infantile. Oggi sappiamo che ogni disturbo psicologico ha più cause (tecnicamente si dice “multifattoriale”, cioè ha più fattori che lo causano), per cui una così rapida spiegazione risponde alla necessità di trovare un perché, non alla verità.

Quando si presenta un evento ansioso la persona ci si adegua inconsapevolmente. Eh si, perché la prima cosa che tendiamo a fare è di adeguarci pensando di affrontare il problema.

Paolo Celho, nel suo “manuale del guerriero della luce”, scrive che quando una situazione causa paura va affrontata, al fine di non dargli più potere di quel che realmente ha. Anche a costo di incontrare il fallimento.

In un certo senso ha ragione. Prendiamo ad esempio la Fobia Sociale. La persona suda e si sente inadeguata di fronte agli altri. Per cui tende a diventare iper-selettiva nelle amicizie, limitando le sue uscite e le persone con cui esce. Questo modo di affrontare il problema determina un aumento dell’ansia sociale, portando la persona a sperimentare stati d’animo negativi, frequente sensazione di solitudine e di incomprensione, una immagine di sé “diversa” fino ad arrivare a sviluppare una forma di pensiero “depressivo”. Non è raro che chi soffre di una banale Fobia Sociale arrivi in terapia dicendo di essere depresso/a.

Nel caso del panico la persone che ne soffre evita i luoghi che gli ricordano l’attacco di panico. Teme che gli capiti di nuovo, e perciò evita posti dove potrebbe non essere soccorso. Questi modi di affrontare il problema sono tecnicamente chiamati “meccanismi di evitamento”, cioè la persona tramite una sequenza più o meno lunga di evitamenti arriva a mantenere o persino ampliare il problema. Le persone che vengono in terapia per il panico raramente ne hanno avuti più di un paio. E’ la paura del panico il vero problema.

La persona emetofobica, la paura di vomitare, in realtà non ha quasi mai (a volte persino MAI) vomitato. Nonostante ciò non esce la sera, fraintende ogni stimolo (compresa la fame) per ansia o panico, inizia ad aver paura e si sente male (a volte si sperimentano attacchi di panico, con frequenza e gravità varie), non esce per non mangiare in pubblico e questo le può portare a fare una vita “telematica” che si sostituisce a quella reale. Arrivando a sviluppare una serie di sensazioni negative che mantengono il problema.

L’ipocondriaco ha talmente paura di ammalarsi che in genere arriva in terapia perché lo ha mandato il medico di famiglia. Più di rado, ma comunque frequentemente, perché si è reso conto che forse non ha realmente un male fisico.

La lista si fa lunga, questa qui riportata serve a svelare alcuni banali meccanismi che portano al consolidamento delle problematiche anziché avvicinare alla soluzione.

Ovviamente affrontare la paura non è la stessa cosa per tutti, la Psicoterapia esiste proprio per questo motivo.

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