Dr Massimo Giusti

Attacchi di panico: la mia esperienza personale

Attacchi di panico: la mia esperienza personale

Attacchi di panico: la mia esperienza personale

Qualche giorno fa ho scritto un post su facebook dove descrivevo l’esperienza di panico di un mio paziente usando più o meno le sue parole. Alcuni utenti hanno commentato il post con la loro esperienza personale, ho pensato che sia una cosa coraggiosa quella di parlare anche delle proprie debolezze, seppur passate, con serenità. Mi sono chiesto come mai io non avessi mai parlato o scritto della mia esperienza.

psicologo firenze
psicologo firenze

Sicuramente all’inizio è stato per orgoglio. All’epoca l’idea di essere uno psicologo con gli attacchi di panico mi era sembrata una pessima trovata di marketing (perdona la battuta); successivamente ho ritenuto più professionale non parlarne perché uno psicologo per essere bravo non deve avere avuto i tuoi stessi disturbi. Ho avuto a che fare con colleghi psicologi e psichiatri che parlavano apertamente dei loro problemi personali di depressione o ansia, non sempre mi è piaciuto. Ricordo che mi è capitato di pensare che lo facessero per mettersi in mostra. Non saprei dire se sia stato realmente così ma ricordo bene di averlo pensato in più di un’occasione. Altre volte invece ho avuto l’impressione che fossero persone molto serene con se stesse, tanto da poter parlare apertamente delle loro cose personali senza temere alcun giudizio!

Col passare del tempo la mia esperienza è rimasta sepolta dagli anni e non mi sono più posto la questione. Ci ho ripensato qualche giorno fa, leggendo i commenti al mio post di persone che reputo di grande spessore e che scrivevano di questa esperienza.

Ho iniziato a rifletterci come se fossi un caso clinico e ho trovato un sacco di spunti interessanti che credo possano tornare utili a chi avrà la pazienza di leggere fino in fondo.

Il primo attacco

La prima volta del panico è come il primo amore, non si scorda mai! Stavo guidando sul raccordo di Pistoia quando all’improvviso una strana sensazione mi colpì al petto come un sasso. Il cuore cominciò a battere all’impazzata e il braccio sinistro, con cui tenevo ben saldo il volante, iniziò a tremare e poi a far male: mio dio! sto avendo un infarto! Pensai sbigottito.

Accostai l’auto appena possibile, afferrai il vecchio cellulare e mentre stavo componendo il numero del 118 avvertii quell’intensa situazione orrenda e terrorizzante andarsene strisciando. Il respiro tornò regolare, il timore di morire se ne scappò via e rimasi con la sudorazione fredda e il tremore alle gambe.

Cazzo, ma è un attacco di panico! dissi a voce alta.

Il fatto di essere uno psicologo e di avere avuto il panico mi fece girare non poco le scatole. Ma come, proprio a me che avevo un sacco di strumenti per combatterlo?

E’ pur vero che fin quando non ingaggi la battaglia non hai da combattere molto per cui quello era il momento di mettere all’opera tutto ciò che sapevo col mio paziente più importante, me stesso!

Adesso ne scrivo in modo quasi avvincente ma posso assicurarti che ero ben più che preoccupato. Il panico è un’esperienza terrorizzante, la paura di morire è fortissima, è reale e palpabile. Ricordo i mille pensieri, l’agitazione, il timore, lo sconcerto di quei momenti. Oramai sono ricordi lontani ma se mi concentro bene posso rammentare ancora qualche sensazione. Era il 2008.

La linea di demarcazione

Quando un’esperienza traumatica o di panico ti colpisce nella tua testa si traccia una linea di demarcazione tra il prima e il dopo.

Oggi una donna mi raccontava della sua esperienza di stupro e mi parlava proprio di questa linea di demarcazione esattamente come fanno le persone che soffrono di panico da lungo corso. Il fatto è che il panico è a tutti gli effetti un’esperienza traumatica per chi la vive.

Ieri un uomo che aveva vissuto un bruttissimo incidente mi spiegava la stessa cosa. Ognuno a suo modo, ma chi vive certe esperienze traccia quella linea.

L’effetto di questo confine mentale è che il prima viene ricordato molto più bello del dopo. Questo scherzo mentale crea una piccola idealizzazione della vita precedente al panico. Come se tutto fosse perfetto o quasi. In ogni caso come se fosse molto migliore. In un certo senso è vero perché il timore di avere nuovi attacchi è tremendo e cominci a cambiare abitudini, sono quelle che si chiamano condotte di evitamento.

Le condotte di evitamento

Dato che il panico ti è venuto al supermercato eviti i suepermercati, i posti dove c’è gente, le file alle poste e così via. Fin quando le abitudini che hai modificato sono così tante che è cambiato il tuo stile di vita.

Dopo la mia prima esperienza di panico alla guida dell’auto avevo timore di guidare. Sapevo che dare spazio alle condotte di evitamento avrebbe portato a peggiorare le cose e poi non potevo smettere di prendere la macchina, mi serviva proprio!

Ma potevo evitare l’autostrada, pertanto il giorno dopo feci tutta strada normale. Non era un gran disagio e mi sembrò un compromesso accettabile. Di ritorno da lavoro, nello stesso tratto di strada, arrivò il secondo attacco di panico. Fu peggiore del primo, ebbi paura di morire, il cuore sembrava schizzarmi fuori dal petto per battermi accanto alle orecchie ed ebbi una orribile sensazione di sbandamento. Fermai l’auto e feci alcune tecniche di rilassamento che conoscevo. Servirono a poco. Presi in seria considerazione l’idea di farmi aiutare.

Fatti aiutare

Al tempo facevo la terapia dediattica, era prevista dalla scuola di specializzazione. Il secondo attacco mi prese proprio prima di una seduta. Ero a Pistoia e dovevo andare a Siena (quasi due ore e circa centocinquanta chilometri), era la che facevo la mia terapia. Terrorizzato, ma volai!

Mi aiutò a capire che quella linea di demarcazione mentale era fasulla, il panico avevo fregato anche me. La mia vita prima del panico era fatta di un lavoro nelle scuole, i turni in comunità per il tirocinio post universitario e la preparazione dell’esame di stato. Dopo un anno trascorso così le cose erano cambiate. Facevo il lavoro in comunità a turni (giorno, notte e riposo), la scuola di specializzazione che mi impiegava quasi tutti i week end, lo studio per la specializzazione, qualche extra da psicologo per arrotondare. Dopo un anno e mezzo così le cose cambiarono di nuovo. Si aggiunse il tirocinio di specializzazione e la terapia didattica. Il lavoro, l’unica cosa retribuita, mi doveva pagare tutto il resto. Comprese le migliaia di chilometri della macchina con quanto concerne per la manutenzione di un mezzo usato così tanto e la benzina. Ebbi l’idea di mettere l’impianto a gas, che mi sfondò il motore 2 volte! Arrivavo a fine mese a malapena con pochi spiccioli e circa due volte al mese mi capitava di fare il turno di notte a Pistoia (Giovedì), smontare e andare ad Arezzo per la specializzazione (Venerdì), tornare a casa a dormire, svegliarmi e andare alla specializzazione ad Arezzo (Sabato), tornare a Pistoia per il turno di notte (Sabato) e smontare la mattina per andare alla Specializzazione (Domenica), tornare a casa per dormire e la mattina andare a fare il turno di giorno (Lunedì). Insomma, il mio prima idilliaco non era poi così idilliaco, forse qualcosa stava bussando alla porta per dirmi che era l’ora di finirla.

Altra cosa che capii molto bene fu che al primo attacco avevo avuto paura di morire. Questo è un aspetto che va approfondito perché è davvero importante.

Vari modi di pensare

Ognuno di noi si costruisce la mappa del mondo in vari modi. Chi predilige la logica, chi le emozioni e via dicendo. Io appartengo a quelli che prediligono le emozioni e le sensazioni. Questo non vuol dire che non penso ma che per me sono sul podio delle mie strategie di interpretazione del mondo. Come tutte le strategie ha i suoi pregi e i suoi difetti.

Il pregio è sicuramente che ho una incredibile capacità di applicare su me stesso tutto ciò che gestisce le emozioni e le sensazioni. In auto – applicazione avevo praticato davvero tante tecniche per gestire le mie sensazioni e da qualche giorno le cose sembravano funzionare. Credevo di esserne venuto fuori in tempi record. Non mi pareva vero, ed in effeti non lo era.

Mi venne un altro attacco, non ricordo più dove ma ricordo che quando sentii lo sbandamento e il cuore schizzare applicai i miei strumenti e come quando c’è la bufera, chiudi una finestra e se ne apre un’altra. Furono le vertigini a spiazzarmi. Furono tremende e persi l’equilibrio. Mi misi paura, una cosa del genere alla guida mi avrebbe fatto fare un incidente. Ecco, da quel momento conobbi la paura della paura.

La paura della paura

L’esperienza di panico è talmente tremenda che temi che ritorni. Quella terza esperienza mi distrusse, mi spiazzò, mi sentii impotente e sovrastato. Pensai di essere nei casini. Non sapevo che fare.

Avevo paura che tornasse, magari alla guida o in un posto affollato. La cosa mi stava palesemente sfuggendo di mano ed era decisamente fuori dal mio controllo.

Sentire che il tuo corpo ti frega è tremendo, non ci puoi fare nulla. Ma non era il mio corpo a fregarmi ma i miei pensieri, le mie convinzioni. In terapia avevo capito che di fronte alla paura di morire si era installata nella mia mente una convinzione precisa: ho una malattia grave al cuore oppure un tumore al cervello.

Una convinzione irrazionale che la mia neocorteccia aveva tradotto in questo modo assurdo ma che per qualche motivo sentivo essere reale. Se sei un logico e ti fregano le emozioni ti senti spiazzato. Se sei un emotivo e ti frega la logica ti senti spiazzato.

Ad ogni esperienza di panico le sensazioni erano state abbastanza diverse. Certo, una base di fondo comune c’era ma la prima volta fu il cuore e la sensazione di dolore al braccio, la seconda invece lo sbandamento e la terza le vertigini.

Aspetta che ti racconti la quarta!

Se sei uno che vive di sensazioni come me e non riesci a trovare un filo conduttore preciso ti senti fregato. Ma non era nelle sensazioni il mio filo conduttore, era nei pensieri.

Se avessi avuto un problema cardiaco l’accellerazione improvvisa sarebbe stata normale. Se avessi avuto un tumore al cervello avere le vertigini e lo sbandamento sarebbe stato possibile.

Il problema di studiare le patologie è che conosci i sintomi e rischi che la mente te li riproduca tutti in certe situazioni. A me stava succedendo una cosa del genere. Per qualche motivo mi ero affezionato a dei sintomi che erano legati dalla convinzione di avere una patologia. Capii che soltanto una diagnosi differenziale mi avrebbe potuto smontare quella convinzione.

La diagnosi differenziale è il confronto tra patologie con sintomi comuni, si procede per esclusione fin quando resta la più probabile. Solitamente i miei pazienti non smontano le loro convinzioni con la diagnosi differenziale ma di rado i miei pazienti sono psicologi. Le nostre convinzioni dipendono dal nostro modo di pensare, che a sua volta dipende dalle cnostre conoscenze. Se sei uno psicologo o medico puoi pensare alla diagnosi differenziale. Ho avuto in terapia un paio di medici che hanno avuto gli attacchi di panico e anche a loro è venuta in mente la stessa cosa. Ma adesso approfondiamo la questione delle convinzioni.

Le convinzioni

Sono pensieri che la mente si crea in base all’esperienza. Dipendono dalle nostre conoscenze sul mondo e per formarsi usano i nostri canali preferenziali di lettura del mondo. Un logico costruisce convinzioni sulla base della logica, un emotivo sulla base delle emozioni.

Nei lobi prefrontali abbiamo parti di cervello adibite alla razionalità in stretto contatto con quelle parti sottostanti adibite all’emotività. Queste ultime sono strettamente connnesse con altre parti del corpo adibite alla percezione sensoriale.

Ognuno di noi ha una predilezione per una di queste parti ma alla fine cooperano tutte insieme per farci vivere. Ogni pensiero si traduce in sensazioni ed emozioni e viceversa.

La cosa è un po più complessa di così, cerco di spiegarmi meglio con un esercizio che puoi fare anche adesso. Pensa a una barzelletta. Una che ti fa ridere. Probabilmente pensandoci ti senti lievemente divertito, forse ricordi la prima volta che te l’hanno raccontata. Affinché questo accadesse il tuo cervello ha usato uno stimolo verbale (le parole della barzelletta) per produrre uno stato emotivo e un ricordo percettivo (di tipo visivo).

In parole più semplici se pensi a qualcosa di divertente ti senti meglio e se pensi a una cosa triste ti senti peggio. Affinché questo succeda le parti del cervello che ho menzionato prima devono cooperare.

Siccome la nostra mente sembra fatta per dare un senso alle cose quando ci succede qualcosa  noi gli diamo un senso. Quel senso lo possiamo tradurre in frasi che possiamo pronunciare e sentire come vere o false. Logicamente possiamo essere in disaccordo con quella frase ma la sentiamo ugualmente vera.

Faccio un esempio: una donna stuprata può costruirsi la convizione di non valere nulla. Questa convinzione influenzerà il suo comportamento anche nei momenti in cui non ci pensa. Non lo condizionerà sempre, perché avrà fatto esperienze che hanno generato altre convinzioni, alcune discordanti tra loro.

Spesso i miei pazienti mi dicono che sanno bene, logicamente, che ciò che pensano non è vero eppure lo sentono vero. Il fatto è che esistono dei ricordi in cui hanno sentito che era vero, per cui adesso dicono che la sentono vera.

Io avevo sentito di avere un attacco cardiaco, una malattia fisica. Per cui pensavo di essere malato fisicamente. Sapevo che era un problema psicologico eppure sentivo di essere malato fisicamente. Avevo bisogno di qualcosa che mi smontasse quella convinzione.

Avendo studiato psicologia mi venne in mente una diagnosi differenziale. Probabilmente a un idraulico sarebbe venuto in mente qualcos’altro. Le nostre conoscenze influenzano le nostre convinzioni.

Una decisione difficile

Scelsi la terapia d’urto. Stavo tenendo a bada le condotte di evitamento, le sensazioni di ansia più lievi e la paura della paura ma il timore che un nuovo attacco di panico facesse peggiorare le cose era forte. Sapevo che provare nuovamente quel terrore, quella impotenza e quel senso di sovrastamento mi avrebbe atterrito.

Per me avrebbe significato interrompere il tirocinio, non andare a lavoro perché non potevo guidare la macchina, la terapia didattica, la specializzazione. Spiegare a un milione di persone il motivo per cui non prendevo la macchina. Mi avrebbe disintegrato l’autostima.

Chi poteva dirmi se avevo un problema cardiaco o qualche marcatore tumorale fuori controllo? Il pronto soccorso.

Decisi che al prossimo attacco sarei andato al pronto soccorso, lì mi avrebbero preso per scemo (come spesso succede a chi va al pronto soccorso per gli attacchi di panico) e avrei smontato quella convinzione.

Consultai il mio inconscio, cosa che non facevo da tempo, usai l’autoipnosi. Il mio inconscio era d’accordo: Se non sei malato (fisicamente) riordini la tua vita e smetti di girare come una trottola.

E se fossi stato malato? Poco male, temevo per un attacco cardiaco o un tumore, per cui sarei morto.

L’irrazionalità di certe situazioni richiede soluzioni irrazionali, controintuitive e talvolta una pedatina nel sedere. Immagini l’umiliazione di andare al pronto soccorso e dire che sono uno psicologo e non so se ho avuto un attacco di panico o un infarto? Mettermi alla berlina a quel modo avrebbe costretto la mia mente a rompere le convinzioni errate per non provare un’altra volta quell’esperienza imbarazzante.

Il pronto soccorso

Fino a quel momento erano passati dieci giorni. Da 4 non avevo attacchi, mi sentivo alla grande. Pensai di esserne uscito. Così andai a comprare le palline di Natale in un megastore. Era una prova importante. Entrai, mi infilai in mezzo a degli scaffali pieni di aggeggi colorati e luccicanti e sentii i battiti cardiaci arrivare, il dolore al braccio sinistro, lo sbandamento e le vertigini. Praticamente mi arrivò il pacchetto completo, si aggiunsero anche dei regalini extra. Mi aggrappai ad uno scaffale. Guardai la mano, non mi sembrava mia. Così misi entrambe le mani di fronte agli occhi, non mi sembravano le mie. Era un fenomeno di depersonalizzazione. Ricordo che lo trovai divertente, almeno per 4 o 5 secondi. Poi diventò orrendo. Guardai le persone intorno a me. Mi sembrava di essere in un cartone animato (derealizzazione). Se mi fossi fatto di LSD non avrei avuto sensazioni tanto nitide. Ero con la mia partner, mi feci accompagnare di corsa al pronto soccorso.

Entrai e dissi che facevo lo psicologo e non sapevo se avevo avuto un attacco di panico o cardiaco. Dichiararlo faceva parte del giochino che avevo scelto per rompere quella convinzione limitante. L’infermiera alla reception mi prese per matto. Il medico, una donna gentilissima, mi fece tutte le analisi. Dopo due ore mi disse che secondo lei era panico. Si mise accanto a me e mi raccontò parte della sua vita. La laurea, i doppi turni, la figlia malata, i problemi a casa. Mi disse che aveva appena passato un periodo tremendo in cui era stata malissimo e aggiunse “se non ci occupiamo di noi stessi prima o poi scoppiamo, so cosa ti sta succedendo, è capitato anche a me”.

Mi avrebbe trattenuto per la notte ma le dissi che avrei firmato per andarmene e che ero andato al pronto soccorso perché sentivo l’esigenza di avere una diangosi medica.

L’infermiera che mi portò i documenti per le dimissioni volontarie fu meno carina. Con fare sprezzante mi disse “prima di curare gli altri cura te stesso, no?!”.

Aveva ragione.

Finalmente fuori

Dopo poco meno di due settimane dal primo attacco di panico avevo avuto la fortuna di trovare la mia soluzione semplice ad un problema complesso.

Oggi avrei fatto altre cose, ne conosco molte che mi avrebbero risparmiato quell’esperienza al pronto soccorso ma all’epoca sentivo di avere bisogno di fare il grosso del lavoro da solo per salvaguardare la mia autostima di psicologo e di fare una terapia d’urto per fare presto. La mia terapia d’urto fu quella, andare a fare la figura “da scemo” al pronto soccorso. Il fatto è che se hai un timore e riesci a vedere quanto ridicolo sia quel timore riesci a superarlo.

Ovviamente fu la mia soluzione, perché ogni situazione ha la sua e per me quella era la scelta migliore. Non fu azzardata, ci avevo pensato e il mio inconscio era d’accordo con me. Per molte persone non si rivela efficace perché vanno al pronto soccorso o dal medico, ricevono una risposta precisa ma la mettono in dubbio avvertendo l’esigenza di cercare una nuova risposta. Queste persone stanno facendo qualcosa che ho fatto anche io con una sola differenza, quella per me era una soluzione. Ognuno deve cercare attentamente la propria. Se non la trova da solo deve farsi aiutare, ricorda che io sebbene alle prime armi ero già uno psicologo.

Quando l’inconscio bussa alla porta è meglio se lo stai a sentire, altrimenti bussa più forte.

Iniziai a ritagliarmi nuovi spazi per me stesso, saltare qualche turno extra, essere meno disponibile a lavoro e sul tirocinio. Iniziai a leggere qualche libro che non fosse di psicologia e a guardare qualche serie tv.

Passavo più tempo a casa e prendevo meno sul serio le cose che facevo con la consapevolezza che quella fatica serviva a realizzare i miei sogni e non a sacrificarli.

Da allora alcune sensazioni fisiche mi avvertono di quando sono oppresso dalle cose e mi aiutano a capire che direzione prendere in certi casi. Sono diventato più amico di me stesso ed ho imparato a volermi più bene.

Non vorrei sminuire chi è impegnato in questa lotta da anni, ogni situazione è diversa e poi devi tener conto che ero preparato, non avevo difficoltà ad usare gli aiuti che avevo intorno (e ne avevo) e che la mia motivazione era fortissima, mi sembrava che come psicologo e futuro psicoterapeuta dovessi saper affrontare certe cose con successo. All’inizio non parlai di questa cosa perché temevo che danneggiasse la mia immagine professionale, dopo qualche tempo pensai che non dovevo essere giudicato per compassione o empatia nei miei riguardi ma per come facevo il mio mestiere, con gli anni questa cosa è rimasta sepolta dal tempo e non ci pensavo più da un pezzo.

Oggi devo dire che mi ha positivamente condizionato anche sul lavoro, perché ho maturato un approccio estremamente pragmatico pur prendendo sul serio parole come “inconscio”, che spesso sono attribuite a forme quasi filosofiche di psicologia. Mi ha permesso di conoscermi meglio e di usare certe sensazioni come forme di comunicazione con me stesso.

Spero che leggere questa mia esperienza ti sia stato utile, tieni conto che è la mia esperienza ed anche se menziono alcuni meccanismi tipici di questo disturbo non è un trattato sugli attacchi di panico in generale, per cui alcune cose potrebbero non riguardare la tua epserienza o quella di qualcuno che conosci.

Un caro saluto, Massimo!










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