Dr Massimo Giusti

Analisi di un femminicidio: la chat di Giulia Lazzari e Principe Mio

Analisi di un femminicidio: la chat di Giulia Lazzari e Principe Mio

Analisi di un femminicidio: la chat di Giulia Lazzari e Principe Mio

In questo articolo analizzo i temi centrali del femminicidio, sia dalla parte della vittima che del carnefice, partendo da uno scambio via chat tra Giulia Lazzari e il suo carenfice, Principe Mio.

la chat tra Giulia Lazzari e Principe Mio

Cominciamo dall’analisi della Chat. Il primo concetto da capire è che il futuro femminicida ha un problema: il controllo.

La psicologia del controllo è semplice ma non è facile capirla perché non è lineare. Pensa ad un bambino pescato con le mani nella marmellata. Immagina che il genitore lo scopra e lo roimproveri. Il bambino sta male per quel rimprovero e spacca il barattolo per terra, cioè fa una bizza. Non potendo e non sapendo protestare col padre e non sapendo gestire quella sensazione che prova in quel momento esercita la sua risposta emotiva contro un oggetto esterno, il barattolo di marmellata.

Non è una risposta razionale ma emotiva. Il bambino non sapendo gestire la sua emotività interna scarica su qualcosa di esterno.

L’eccesso di controllo è la stessa cosa, non sapendo gestire la mia emotività interna gestisco qualcosa di esterno. Lo scopo è quello di gestire se stessi ma avviene tramite la gestione dell’altro, cioè esercitando una forma di controllo.

Primo messaggio: un evento neutro

Tutti abbiamo bisogno di controllare qualcosa o qualcuno o noi stessi. E’ ovvio. Nel controllo eccessivo assistiamo a forme esagerate di controllo anche per stimoli neutri o banali. Vediamo la chat, il primo passaggio.

femminicidio di rovigo

Il messaggio riguarda un evento banale, quotidiano, neutro: la spesa con la mamma, che è anche la nonna della figlia della Lazzari e che probabilmente voleva cogliere l’occasione per far vedere il nipote alla nonna. Tutti i retropensieri che possiamo fare su questo evento riguardano la vita quotidiana, la normalità famigliare.

Il fatto che la partner sia con un’altra persona è comunque una separazione, questo evidenzia una perdita, minimale, di controllo sull’altro e quindi su se stesso. Scatta una forma di pensiero che tenta di ristabilire, anche a distanza, il controllo sulla vittima. Ecco il secondo passaggio della chat.

Secondo messaggio: scherzo o controllo?

Questo messaggio può sembrare uno scherzo, alla fin fine chi non ha mai scherzato con la propria compagna anche in forme che appaiono ovviamente assurde? Ciò che va notato e che “stona” con la logica dello scherzo è la presenza di particolari specifici.

Non aggiustarti i capelli, quando esci e qualcuno ti dice arrivederci fai finta di non sentire, metti una felpa lunga e larga e un pantalone largo così non si vedranno le forme del tuo corpo. Questi esempi specifici stanno a indicare che lui ha fatto caso a queste situazini e le ha vissute negativamente, interpretandole come una possibilità che la compagna possa essere attratta da qualcun altro.

Un timore così forte di perdere la compagna, che addirittura un saluto possa causarne la perdita, sta a indicare la totale assenza di autostima, che solitamente è compensata in apparenza, spesso con rigidità e presunzione e supponenza con le persone emotivamente vicine, accondiscendenza e gentilezza con gli altri. Deve essere chiaro che queste persone non hanno autostima ma solo un’impalcatura esterna che sorreggono tramite forme di controllo eccessivo su figure di attaccamento, cioè persone a cui si legano emotivamente e che percepiscono come capaci di accudimento verso di loro. E’ come se cercassero un car giver (potremmo dire una madre, in termini psicanalitici classici) che li aiuti a stare tranquilli e sentirsi forti. Si tratta di bisogni emotivi che sono rimast frustrati in età infantile. Il femminicida ha un blocco dello sviluppo emotivo per quanto riguarda la gestione emotiva personale. Non essendo maturato e non avendo sviluppato la capacità di gestire le proprie frustrazioni esercita un controllo sull’altro per sentirsi sicuro. Più questa fragilità emotiva è forte e più forte è il bisogno di controllare.

Anche se potremmo ancora pensare ad una chat che riguarda uno scherzo il terzo passaggio aggiunge dubbi ulteriori, perché introduce la psicologia della vittima, vediamolo in foto.

Terzo messaggio: razionalità VS emotività

femminicidio di rovigo

Ma perché fai così? Questa è la domanda che la Lazzeri fa al cuo partner. Ecco alcuni aspetti fondamentali della psicologia della vittima che devono essere conosciuti.

La vittima cerca di affrontare le questioni col partner da un punto di vista razionale, cerca cioè di comprendere le motivazioni, analizzare i comportamenti e trovare una negoziazione. Purtroppo ogni effetto della negoziazione avrebbe come conseguenza la riduzione del controllo della vittima.

La vittima interpreterebbe questo come maggiore fiducia, stabilità nella relazione, addirittura una manifestazione d’amore. Ma per il partner controllante ciò equivarrebbe a perdere il controllo delle proprie emozioni, si sentirebbe insicuro, incerto, la sua scarsa autostima e la fragile personalità verrebbero a galla come un sughero, che è tenuto a fondo solamente dal peso che la vittima porta sulle proprie spalle, il controllo su di sé.

In altri termini possiamo dire che il problema del partner controllante è emotivo mentre la vittima tenta una mediazione razionale. E’ come se parlassero due lingue diverse. Alcune vittime mi dicono che “è come se non capisse” ed è così. E’ come se parlassero due lingue diverse.

La domanda “perché fai così?” è una tipica domanda rivolta alla neocorteccia, cioè quei circuti cerebrali deputati alla elaborazione delle informazioni, ciò che noi chiamiamo razioanilità.

La vittima, in questa risposta, evidenzia la sua incapacità di gestire la situazione. Probabilmente quando in altre occasioni il partner è esploso lei lo ha consolato. Consolare una persona dopo un esplosione emotiva è come dirgli che ha fatto bene, non è colpa sua e può farlo di nuovo.

Il partner, dopo varie volte in cui è stato consolato, considerato quel “terreno relazionale” conquistato. Non prende in considerazione la possibilità di tornare sui propri passi o di mettersi in discussione perché ciò equivarrebbe a perdere il controllo su di sé.

Ho pensato più volte che questa chat fosse un fake, perché è scritta talmente bene da evidenziare tutti gli aspetti importanti del femminicidio. Se fosse un fake, chi l’ha fatta è un esperto!

Cosa succede quando ti rassicuro dopo le tue esplosioni emotive anziché lasciarti “cuocere nel tuo brodo” e cioè fare in modo che tu impari a gestire la frustrazione da solo?

Tornando all’esempio del bambino che rompe il barattolo di marmellata, dovremmo renderci conto che consolarlo sarebbe come dirgli che ha fatto bene. La cosa giusta da fare è di mandarlo in camera sua a riflettere e quando avrà riflettuto dovrà venire dai genitori a spiegare cos’ha ha capito da ciò che è successo.

La conseguenza delle consolazioni passate, che hanno impattato emotivamente sul partner controllante (cioè parlando col linguaggio emotivo al suo blocco infantile, purtroppo confermandolo e dandogli ragione di esistere) è che sottovaluta le sue azioni, si sente legittimato nel suo agire, certi eccessi comportamentali o verbali diventano una normalità.

Vediamo l’ultimo passaggio.

Ultimo messaggio: la sottovalutazione

femminicidio di Giulia Lazzeri

Il partner controllante scherza su una cosa che poi ha commesso realmente, l’omicidio della vittima (il termine femminicidio non esiste nella nostra giurisprudenza, è una sottocategoria accademica del reato di omicidio).

In questa risposta, considerato ciò che è successo dopo, è evidente che il partner controllante non considerava affatto la sua fragilità emotiva e le sue reazioni come problematiche. Oramai la Lazzeri, senza rendersene conto, aveva confermato al suo partner che quelle reazioni emotive potevano far parte della loro relazione, che lui non aveva bisogno di cambiare e che lei lo avrebbe rassicurato sollevandolo da quel senso di colpa che il partner che diventa violento avverte dopo lo scoppio d’ira. Quella emozione non andrebbe mai consolata perché è come togliergli il senso di colpa, per quanto flebile, che prova dopo avere ovviamente sbagliato.

Perché le vittime non lasciano il partner?

Il motivo è molto complesso in termini neurobiologici. Esistono degli stupendi lavori americani che spiegano come la dinamica tra vittima e carnefice inneschi un meccanismo di sopravvivenza che ha come conseguenza la sottomissione e NON la ribellione. Cercherò di essere sintetico nella spiegazione.

L’essere umano deve sopravvivere per prima cosa, per farlo si adatta all’ambiente. Una persona con forte spirito di accudimento e determinate circostanze sociali e psicologiche possono determinare una vulnerabilità anche nella donna (o uomo) più forte.

Col tempo si innesca un meccanismo che porta la vittima a cogliere i più piccoli segnali dello scoppio di ira (di pericolo) e reagisce con paura (perché in passato avere paura l’ha aiutata a evitare delle situazioni traumatizzanti) e adesso reagisce con forte paura ogni volta che compie certe azioni.

Altro meccanismo importante è il senso di colpa. La vittima ha spesso un eccessivo senso di accudimento verso il partner, è come se empatizzasse col bambino emotivamente bloccato al tempo in cui spaccava barattoli della marmellata anziché con l’adulto percoloso. Quando si rende conto che la situazione oramai non cambierà ed è inaccettabile queste due emozioni (paura e senso di colpa) si sono ben cristallizzate nella sua sfera emotiva e sono talmente forti da impedirle una visione realistica della situazione.

Non è infrequente che una vittima esageri una situazione tutto sommato gestibile e ne sottovaluti una a reale rischio femminicidio. Nella mia esperienza questi errori di valutazione (bias cognitivi) sono la regola.

Per questo motivo se una donna è spinta a lasciare repentinamente l’uomo avverte una resistenza dovuta alla paura (e poi che mi succede? come reagira?). La seconda reazione è quella della colpa, la vittima teme che lui soffra. Sa che è irrazionale e che non dovrebbe preoccuparsi di lui, ma c’è ed è corsì forte da condizionare le sue scelte.

La terapia della vittima

Per molti anni sostenere che le vittime avessero bisogno di terapia era considerato una colpevolizzazione ulteriore della vittima stessa.

Purtroppo questa posizione che io contesto totalmente e con la massima disponibilità ad un confronto con chiunque, perché è una posizione sbagliata, è ancora diffusa.

Stare in relazione con un partner controllante può avere effetti psicologici negativi, anche traumatizzante, sia sull’uomo che sulla donna, anche se non si tratta di femminicidio o di situazioni tanto drammatiche da meritare i titoli di un giornale. Il femminicidio è solamente l’estrema conseguenza di una relazione tossica, dove le dinamiche descritte in questo articolo sono portate all’estremo, mentre nella maggior parte dei casi restano in forma mitigata.

Alla vittima non si dovrebbe suggerire di uscire dalla relazione, salvo evidenti e comprovate situazioni di pericolo. Il fatto è semplice. Se la vittima esce prematuramente dalla relazione il partner perde il controllo su di lei e questo lo destabilizzerà, la vittima deve essere emotivamente in grado di scegliere e affrontare la situazione. Affinché ciò avvenga, all’interno dell’iter terapeutico sono necessari 3 passaggi:

La paura

Si devono identificare le situazioni in cui la vittima ha paura e desensibilizzare gli stimoli (tecnicamente: triggers) che la innescano. Questi stimoli non sono nella dinamica di relazione ma in gesti, suoni, movimenti o altri che non sto a descrivere perché sono estremamente contro – intuitivi da capire, eppure se usati e desensibilizzati a dovere la paura si affievolisce fino a svanire.

La colpa

Deve subire lo stesso trattamento della paura e essere sottoposta a una forma di ristrutturazione cognitiva che la incornici in una prospettiva che la vittima fatica a vedere. Fra tutte le forme di ristrutturazione esistenti quelle di framing e re-framing derivate dal lavoro in PNL di John Grinder, Frank Pucelik e Richard Bandler sono le più utili. Quantomeno questa è stata la mia esperienza. Nei testi di Grinder e Bandler è presente un caso di ristrutturazione applicata ad una situazione di questo tipo ma gli autori, sorprendentemente, la usano contro la vittima. Si stupiscono di come una donna, interpretando atti di violenza verbale e gelosia eccessiva come forme di amore anziché di controllo, avesse smesso di soffrirne. Ecco, nella pratica, in questi casi, va fatto esattamente il contrario. La vittima va aiutata a capire che non sono forme di amore ma di controllo, ciò implica una certa dose di sofferenza che la vittima deve essere aiutata ad elaborare.

Il controllo

La vittima non sa che il suo partner controllante è dipendente da lei. Non può farne a meno perché questo sarebbe come rinunciare al controllo su di sé. Per cui la controlla il più possibile. Spero che in questa analisi di un femminicidio la dinamica sia emersa con chiarezza.

Esistono diamiche di relazione che possono essere usate per fare si che il partner controllante resti spiazzato dalla reazioni della sua “vittima” senza che questo generi in lui reazioni eccessive. La vittima, mettendo in pratica certi esercizi, resta sorpresa nel vedere come funzionino. Il fatto è che sono tecniche create per agire sul cervello emotivo e non su quello razionale. Spero che in questa analisi di un femminicidio sia emerso quanto sia importante che la vittima comunichi emotivamente anziché razionalmente col partner controllante.





 

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